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AVIS dona il 5 x mille

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Cosimo, ragazzo del servizio civile in Avis Firenze

Ecco la testimonianza di Cosimo ragazzo che sta svolgendo il servizio civile presso la sede dell'Avis di Firenze. Voglio esprimere la mia riconoscenza a tutti ragazzi del servizio civile. Senza di loro sarebbe stato molto difficoltoso
Luigi Presidente.

Buona lettura

Quando sono entrato in servizio il 17 di dicembre, non avrei mai pensato che potesse verificarsi una situazione simile, e che potesse esserci una risposta del genere ad essa. Dopo l’annuncio di Conte che tutto si sarebbe fermato, che le attività avrebbero chiuso fino al 3 aprile, pensavo che la gente avrebbe smesso persino di andare a donare per paura di essere contagiata. I primi due giorni fu così.
Qualcuno che telefona c’era, ma erano donatori abituali che chiedevano se fosse possibile andare nei centri trasfusionali, se avessero bisogno dell’autocertificazione per potervi accedere e cosa dovessero scriverci, ma il numero delle telefonate era basso. Ci dissero che in quel momento era fondamentale che la gente andasse a donare il sangue, e ci mobilitammo per contattare persone che non si facevano sentire da un po’ o quelli che avevano fatto la prima visita e ancora non erano andati a fare la prima donazione. Ci veniva risposto che non se la sentivano, che preferivano
aspettare, che il momento non era dei più tranquilli. Cercavamo di rassicurarli, dicendo che non c’era pericolo, che era tutto attentamente controllato, ma non servì a molto, erano troppo spaventati. Si fece largo il timore che nessuno sarebbe più andato a donare il sangue. La settimana successiva, quando venne fatto l’appello in televisione, scattò qualcosa. Il giorno successivo ero di turno la mattina, e quando entrai in ufficio tutti i telefoni stavano squillando. Duccio, l’altro ragazzo del servizio civile regionale, era impegnato in quella che sarebbe stata la prima telefonata di molte
altre. Mi guardò e il suo sguardo diceva: “aiutami, sono troppi, da solo non ce la faccio”. Mi misi alla scrivania e iniziai a rispondere. In nemmeno un quarto d’ora risposi a qualcosa come dieci telefonate. Era una situazione pazzesca, non facevo in tempo a mettere giù la cornetta che c’era subito un’altra telefonata a cui rispondere, un altro appuntamento da prendere, un altro candidato donatore da inserire, altre informazioni da fornire, altre rassicurazioni da dare. Dicevano di aver
sentito che c’era bisogno di sangue, che avevano visto o sentito l’appello a venire a donare perché, anche se era tutto fermo, c’è comunque bisogno di sangue per gli interventi chirurgici, i trapianti, le trasfusioni.

Volevano fare la loro parte. Tirai il fiato quando il telefono smise di squillare. Io e Duccio ci guardammo increduli, facevamo fatica a credere di aver preso tutte quelle prenotazioni, che tutta quella gente avesse deciso di mettersi in gioco. La situazione andò avanti per altri due giorni, dopo i quali ci rendemmo conto che in nessuna delle strutture era rimasto un solo posto libero. Niente, zero, esauriti. E il meteo del sangue ci diceva che anche i gruppi sanguigni che di solito erano in
carenza stavano risalendo, erano diventati stabili, un paio addirittura in eccedenza. Poi iniziò il lavoro inverso: telefonare alle persone per dire loro che non avevamo più posto e che li avremmo richiamati ad aprile. Si sentiva una nota di dispiacere nelle loro voci quando glielo comunicavamo, ma erano anche contenti che ci fosse stata una risposta simile da parte della popolazione. Ricordo la telefonata di un’anziana signora americana, che dopo tanti anni di inattività voleva “rispondere
alla chiamata” e dare il proprio contributo. Quando mi disse che aveva settantasette anni le dovetti comunicare che non era possibile, che aveva superato l’età limite per poter donare. La rassicurai dicendole che comunque molti avevano deciso di farsi avanti, che non si doveva preoccupare. Lei disse: “Va bene, però se cambia qualcosa mi chiami”. La salutai, leggermente perplesso che non
volesse arrendersi a quel limite d’età. Poi ho realizzato che nessuno dei donatori, nessuno dei volontari del servizio civile (compresi quelli rimasti a casa) si era arreso a un qualche limite. Che nel momento di massima necessità la risposta era stata compatta, come doveva essere. Che noi volontari stavamo dando un contributo. Che magari da fuori poteva sembrare piccolo, ma che a ogni
telefonata, a ogni appuntamento preso, cresceva di importanza, e ci dava la misura di quanto fosse importante quello che stavamo facendo. Peccato solo per la signora americana. Sarebbe stato bello poterle dire: “Si signora! Dove vuole andare a donare il sangue?”. 

Pubblicato il giorno 23/04/2020